COMUNICATO STAMPA
FRANCESCO BENDINI - NICOLA BIZZARRI - FRANCESCO IBBA
DIREZIONE INTRAPRESA E VOLONTÀ DI RESA
A cura di Francesca Disconzi
Le opere presentate in occasione della mostra Direzione intrapresa e volontà di resa da Francesco Bendini (Sansepolcro,
1996), Nicola Bizzarri (Bologna, 1996) e Francesco Ibba (Pistoia, 1996) per gli spazi di AF Gallery raccontano, da
una prospettiva generazionale, l’inevitabile scoperta di un’esistenza precaria, inscritta nella tensione tra coscienza di
classe e biografie individuali. Gli artisti evocano un immaginario condiviso, in cui le promesse di libertà e abbondanza
del passato vengono continuamente tradite dalla condizione presente, trovando il loro contrappunto nell’esperienzialità
di un orizzonte fragile e inquieto.
Citazioni colte e ricordi visivi diventano costellazioni attraverso cui gli essi si orientano e danno forma a una malinconia
esistenziale. In Oltre i confini del mare Bendini guarda ai soffitti nobiliari decorati, rielaborandoli in forme che celano
la sagoma di un gancio, allusione a un gesto estremo. Ne La bella estate, rimando all’omonimo romanzo di Cesare
Pavese, si volge invece a una dimensione nostalgica: i ricordi di un’infanzia rurale, quando con il padre contemplava
i campi di granturco come si contempla un’opera, si intrecciano al successivo trasferimento a Torino. Qui, costretto a
lavorare anche durante l’estate nella città deserta, l’artista evoca il mare attraverso una pittura che trasforma i prodotti
igienizzanti per WC in superficie patinata. La frase che Pavese fa pronunciare a un personaggio, “se non facesse il
pittore, sarebbe un contadino qualunque”, diventa così occasione per mettere in discussione la disciplina artistica
come prerogativa e riflesso di una visione egemone, e il ruolo stesso dell’artista inteso come individuo positivista.
Queste riflessioni attraversano anche il lavoro di Ibba. In AUT — riferimento al testo Aut-aut di Kierkegaard, sospeso tra
dubbio radicale e impossibilità di una scelta definitiva — l’artista riflette sulla precarietà e provvisorietà dell’opera. Oltre
al tentativo di misurarsi con tecniche tradizionali in un contesto contemporaneo, il lavoro è al centro di uno struggimento
dettato dall’indecisione: superare la fase iniziale o gettarlo via? E, ancora, come può questo sopravvivere in una zona
intermedia? Il disegno rimane bozza, il quadro non si compie: la tela, vuota ma tracciata, evoca un’intenzione sospesa
nell’orizzonte del possibile. Nell’opera IN lo stesso senso di attesa assume un’altra accezione: la scatola, costruita per
il trasporto di sculture destinate a un acquirente, diventa traccia di un passaggio fondamentale: è proprio grazie a
quella vendita che l’artista può rifiutare un lavoro estivo provvisorio e dedicarsi alla ricerca. La testa in gesso, fragile
e transitoria, è colata all’interno di un sacco della spazzatura che ne diventa pelle, a testimoniare il rifiuto di convalida
dell’opera attraverso la mera esposizione.
Un’analoga tensione attraversa i lavori di Bizzarri. In Zahl, Zahl, Kopf (dal tedesco “croce, croce, testa”, a sottolineare
la contingenza del lancio della moneta) la ricerca di una concretezza materiale prende forma attraverso il pantalone,
oggetto che rimanda ad un uso essenziale e pratico. Prende così forma la contrapposizione tra riflessione filosofica
e necessità pratiche, dove il tempo per le questioni materiali finisce per erodere quello dedicato alla ricerca artistica.
Nella serie di stampe su tessuto, colloquialmente chiamate “bandiere”, Bizzarri estrapola immagini di cavalli in vendita
su diversi marketplace, riflettendo sulla perdita e trasformazione di significato — nel passaggio tra ambito pubblico e
privato — di simboli con una genealogia non neutra. A essere messe in discussione, attraverso quello che egli definisce
“manierismo istituzionale” sono poi le cerimonie del potere, nello specifico i codici di piegatura delle bandiere che
l’artista replica nell’allestimento dei suoi tessuti.
Pare evidente come, alla stasi che rende gli individui contemporanei impotenti di fronte agli sconvolgimenti della
Storia — frutto anch’essi di asimmetrie di potere e di una coscienza di classe smarrita — Bendini, Bizzarri e Ibba
contrappongano una volontà irriducibile di creazione. In essa riconoscono la possibilità di una dimensione altra,
distante dalla realtà utilitaristica e votata alla contemplazione. Attraverso l’opera essi rivendicano la necessità di
tempo libero per l’immaginazione, in contrasto con la condizione di artisti appartenenti alla working class, divisi tra la
contingenza di un secondo lavoro e una vita fatta di attese.
La mostra si configura così non soltanto come momento espositivo, ma come esercizio di autoanalisi, che si traduce
nell’urgenza della pratica artistica: un atto capace di restituire loro una rinnovata coscienza della propria posizione nel
mondo.
Francesca Disconzi
PRESS RELEASE
FRANCESCO BENDINI – NICOLA BIZZARRI – FRANCESCO IBBA
COURSE CHOSEN AND THE WILL TO SURRENDER
Curated by Francesca Disconzi
The works presented on the occasion of the exhibition Course Chosen and the Will to Surrender by Francesco Bendini (Sansepolcro, 1996), Nicola Bizzarri (Bologna, 1996), and Francesco Ibba (Pistoia, 1996) for the spaces of AF Gallery recount, from a generational perspective, the inevitable discovery of a precarious existence, inscribed in the tension between class consciousness and individual biographies. The artists evoke a shared imaginary in which past promises of freedom and abundance are continually betrayed by present conditions, finding their counterpoint in the lived experience of a fragile and restless horizon.
Learned references and visual memories become constellations through which they orient themselves and shape an existential melancholy. In Beyond the Boundaries of the Sea, Bendini looks to decorated aristocratic ceilings, reworking them into forms that conceal the silhouette of a hook, an allusion to an extreme gesture. In The Beautiful Summer, a reference to the novel La bella estate by Cesare Pavese, he instead turns toward a nostalgic dimension: memories of a rural childhood, when he contemplated cornfields with his father as one contemplates a work of art, intertwine with his later move to Turin. Here, forced to work even during the summer in the deserted city, the artist evokes the sea through a painting that transforms WC cleaning products into a glossy surface. A phrase Pavese places in the mouth of one of his characters — “if he were not a painter, he would be just another farmer” — becomes an opportunity to question artistic discipline as both a prerogative and a reflection of a hegemonic vision, as well as the very role of the artist understood as a positivist individual.
These reflections also run through Ibba’s work. In AUT — a reference to Either/Or by Søren Kierkegaard, suspended between radical doubt and the impossibility of a definitive choice — the artist reflects on the precariousness and provisional nature of the artwork. Beyond the attempt to engage with traditional techniques in a contemporary context, the work is centered on a torment dictated by indecision: to move beyond the initial phase or discard it? And how can it survive in an intermediate zone? The drawing remains a sketch, the painting never fully materializes: the canvas, empty yet marked, evokes an intention suspended within the horizon of possibility. In the work IN, this same sense of waiting takes on another meaning: the box, built to transport sculptures destined for a buyer, becomes the trace of a decisive passage. It is precisely thanks to that sale that the artist can refuse a temporary summer job and devote himself to research. The fragile, transitory plaster head is cast inside a garbage bag that becomes its skin, testifying to the refusal to validate the artwork through mere exhibition.
A similar tension runs through Bizzarri’s works. In Zahl, Zahl, Kopf (from the German “tails, tails, heads,” underscoring the contingency of a coin toss), the search for material concreteness takes shape through trousers, an object referring to essential and practical use. A contrast thus emerges between philosophical reflection and practical necessity, where time devoted to material concerns ends up eroding the time dedicated to artistic research. In a series of prints on fabric, colloquially called “flags,” Bizzarri extracts images of horses for sale from various marketplaces, reflecting on the loss and transformation of meaning — in the passage between public and private spheres — of symbols with a non-neutral genealogy. Through what he defines as “institutional mannerism,” he also calls into question ceremonies of power, specifically the codes governing the folding of flags, which the artist replicates in the installation of his textiles.
It becomes clear that, in response to the stasis that renders contemporary individuals powerless in the face of the upheavals of History — themselves the result of power asymmetries and a lost class consciousness — Bendini, Bizzarri, and Ibba oppose an irreducible will to create. In this they recognize the possibility of another dimension, distant from utilitarian reality and devoted to contemplation. Through their work, they assert the necessity of free time for imagination, in contrast with their condition as artists belonging to the working class, divided between the contingency of a second job and a life shaped by waiting.
The exhibition thus takes shape not only as an exhibition moment but as an exercise in self-analysis, translating into the urgency of artistic practice: an act capable of restoring to them a renewed awareness of their position in the world.
Francesca Disconzi








