COMUNICATO STAMPA
DÉLIO JASSE
THE ANGOLAN FILE
a cura di Marco Scotini
AF Gallery è lieta di annunciare l’apertura della nuova sede di via San Petronio Vecchio 13 con Délio Jasse. The Angolan File, prima personale italiana dell’artista angolano a cura di Marco Scotini che inaugura sabato 7 febbraio 2026 dalle ore 19, in occasione di Art City White Night.
Se la pratica di Délio Jasse (Luanda, Angola, 1980) si configura come un’indagine critica sui processi di produzione delle immagini e sulla loro funzione all’interno delle dinamiche storiche, politiche e post-coloniali, è proprio attraverso la manipolazione e la stratificazione di materiali fotografici e d’archivio che l’oggettività dell’immagine viene messa in crisi, e con essa la presunta neutralità dell’atto fotografico. In questo modo, l’artista fa della fotografia un campo di conflitto, un’arena che registra narrazioni egemoniche, gerarchie razziali e rapporti di potere. Al centro della ricerca di Jasse vi è da un lato lo stesso processo di produzione delle immagini, che da automatico si fa quasi pittorico, e dall’altro l’idea di archivio come apparato che organizza il visibile e l’invisibile, non come solo apparato di memoria storica e geografica angolana, ma anche come dispositivo determinante ciò che può essere ricordato o riscritto, e ciò che è destinato all’oblio.
Esponendo un corpus di opere in gran parte inedite dal 2019 al 2025, The Angolan File si apre con Sem Valor (2019), riferendosi a quelle architetture razionaliste, oggi decadenti ma ancora abitate, di memoria coloniale portoghese in Angola. Edifici monumentali che, un tempo imponenti, sopravvivono in uno stato di rovina, relitti materiali di un potere che non ha mai saldato il proprio debito storico, dove la foglia oro segnala questo riscatto mai registrato. The Place to Be (2015) presenta immagini della memoria storica angolana, ricordando quanto la massiccia presenza di riserve di petrolio abbia generato, nel periodo del dominio coloniale portoghese, una rapida crescita del Paese ed una rapida modernizzazione urbana. Sulle colonne di lontano profilo modernista, Jasse rivela come l’aspetto esteriore della sua terra d’origine sia stato profondamente trasformato, accostando volti umani e facciate architettoniche – due marcatori di identità e di storia, di “africanità” ed “europeità”.
Con una grande installazione, la serie As colonias vão ser paises (2023) rilegge l’uscita dei coloni portoghesi dall’Angola attraverso fotografie provenienti da album familiari coloniali recuperati nei mercati di seconda mano, oggi ridotte a residui di scarso valore di una storia irrisolta. E proprio lì dove la storia diventa troppo ingombrante per essere conservata, cede anche l’archetipo dell’identità: è il caso di Black portrait, III (2025), una serie che si compone di ritratti di individui ai quali viene sottratto il volto. Quello stesso spazio di riconoscimento si sacrifica per un affollarsi confusionario di timbri che, come in un atto burocratico, certificano la legittimità di vita del soggetto, o forse oggetto vivente. Invece, nel caso di Memoria (2025), un album fotografico familiare coloniale viene manomesso celandone i volti con foglia d’oro, simbolo di benessere e privilegio. Infine, Pontus II (2025) impiega questo stesso contrasto cromatico per evidenziare le molteplici dinamiche urbane e politiche contemporanee; su questa stessa drammatica estetica del quotidiano riflette la serie Territorio (2025): uno stato di vigilanza e di allerta diffuso, radicato nella storia recente dell’Angola, permea posture e scene di vita ordinaria, apparentemente neutre ma cariche di tensione latente.
Il lavoro di Jasse si muove nello spazio instabile tra documento e finzione, dove l’immagine smette di essere testimonianza neutrale per diventare campo di negoziazione ideologica. In questo senso, la mostra non propone una narrazione lineare, ma un montaggio critico di frammenti, omissioni e riscritture.
Marco Scotini
PRESS RELEASE
DÉLIO JASSE
THE ANGOLAN FILE
Curated by Marco Scotini
AF Gallery is pleased to announce the opening of its new venue in Via San Petronio Vecchio 13 with Délio Jasse. The Angolan File, the first solo exhibition in Italy by the Angolan artist, curated by Marco Scotini, opening on Saturday, February 7, 2026, from 7 pm, on the occasion of Art City White Night.
If the practice of Délio Jasse (Luanda, Angola, 1980) takes shape as a critical investigation into the processes of image production and their function within historical, political, and post-colonial dynamics, it is precisely through the manipulation and stratification of photographic and archival materials that the objectivity of the image is put into crisis—along with the presumed neutrality of the photographic act. In this way, the artist turns photography into a field of conflict, an arena in which hegemonic narratives, racial hierarchies, and power relations are inscribed. At the core of Jasse’s research lies, on the one hand, the very process of image production, which shifts from being automatic to almost painterly, and on the other, the idea of the archive as an apparatus that organizes the visible and the invisible—not merely as a repository of Angolan historical and geographical memory, but as a dispositif that determines what can be remembered or rewritten, and what is instead destined for oblivion.
Featuring a corpus of works largely unseen, produced between 2019 and 2025, The Angolan File opens with Sem Valor (2019), which refers to those rationalist architectures—today decaying yet still inhabited—rooted in Portugal’s colonial legacy in Angola. Once imposing, these monumental buildings now survive in a state of ruin, material relics of a power that has never settled its historical debt, where gold leaf signals a redemption that was never officially recorded. The Place to Be (2015) presents images of Angolan historical memory, recalling how the massive presence of oil reserves generated, during the period of Portuguese colonial rule, rapid economic growth and accelerated urban modernization. Against the distant backdrop of modernist columns, Jasse reveals how the outward appearance of his homeland was profoundly transformed, juxtaposing human faces and architectural façades—two markers of identity and history, of “Africanness” and “Europeanness.”
Through a large-scale installation, the series As colonias vão ser paises (2023) rereads the departure of Portuguese settlers from Angola through photographs drawn from colonial family albums recovered in second-hand markets, now reduced to low-value remnants of an unresolved history. And precisely where history becomes too burdensome to be preserved, the archetype of identity also collapses: this is the case with Black Portrait, III (2025), a series composed of portraits in which individuals are deprived of their faces. That very space of recognition is sacrificed to a chaotic accumulation of stamps which, like a bureaucratic act, certify the subject’s legitimacy to exist—or perhaps that of a living object. In Memoria (2025), by contrast, a colonial family photo album is altered by concealing the faces with gold leaf, a symbol of wealth and privilege. Finally, Pontus II (2025) employs this same chromatic contrast to highlight the multiple contemporary urban and political dynamics; this dramatic aesthetic of everyday life is echoed in the series Territorio (2025): a widespread state of vigilance and alertness, rooted in Angola’s recent history, permeates postures and scenes of ordinary life, seemingly neutral yet charged with latent tension.
Jasse’s work unfolds within the unstable space between document and fiction, where the image ceases to be neutral testimony and becomes instead a site of ideological negotiation. In this sense, the exhibition does not propose a linear narrative, but rather a critical montage of fragments, omissions, and rewritings.
Marco Scotini
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